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Protagonisti e protagoniste: costruirli in modo efficace

I personaggi non sono solo pedine che portano avanti un intreccio: sono elementi fondanti di un romanzo e come tali possono mutarne le sorti.

Basta pensare alle serie di romanzi con lo stesso o la stessa protagonista, sganciati dall’opera singola per diventare l’oggetto narrativo che fidelizza il lettore.

Qualche esempio? Il celeberrimo Harry Potter di Rowling, Harry Hole di Jo Nesbø, Dexter Morgan di Jeff Lindsay, Amelia Peabody di Elizabeth Peters… e via dicendo!

Un romanzo è quindi efficace anche nella misura in cui lo è il suo personaggio principale.

Se costruiamo un ottimo intreccio, con idee geniali e splendide ambientazioni, ma i protagonisti non sono altrettanto curati, tutto il resto finirà per perdere luce.
Al contrario, un personaggio memorabile caratterizzerà la nostra opera andando persino a bilanciare qualche imperfezione nell’intreccio.

Oggi, quindi, parliamo di alcune caratteristiche irrinunciabili che deve avere un personaggio principale.

Iniziamo col dire che, per essere efficace, un/una protagonista deve essere tridimensionale e reale, dotato/a della complessità che vediamo attorno a noi nel mondo.
Se non facciamo attenzione a questo aspetto, rischiamo di generare un personaggio cliché, o una macchietta, o comunque carente e quindi non memorabile.

Un protagonista deve essere forte.
Con “forte” non intendiamo che deve prendere a calci le persone (un equivoco comune), ma che deve essere vivido, con dettagli caratterizzanti, dall’abbigliamento al body language, dalle riflessioni sul mondo attorno a sé al piglio con cui affronta le situazioni in cui si trova.

Questo perché devono essere sempre i personaggi a condurre l’azione. Non devono mai lasciarsi andare alla corrente degli eventi o, peggio, a facili svolte ex-machina: devono essere principalmente le loro scelte e decisioni che in qualche modo fanno progredire l’intreccio.

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Va da sé che, se non conosciamo noi per primi i nostri protagonisti, difficilmente potremo dare loro la vividezza di cui necessitano.
È importantissimo, quindi, fare uno studio preventivo del personaggio, buttando giù un’accurata scheda in cui ne esploriamo vita, morte e miracoli. Dove è nato o nata, chi era la sua famiglia, quali eventi caratterizzanti ne hanno scolpito il carattere, cosa desidera, a cosa ambisce.
Queste informazioni non devono per forza essere inserite nel romanzo, ma devono essere esplicite a noi stessi.
Ricordiamo, quindi, di dare sempre ai nostri personaggi principali un obiettivo, uno scopo.

Da ciò verrà un’altra caratteristica fondamentale in un protagonista efficace: le motivazioni.
Le ragioni che muovono ogni suo passo devono sempre essere chiare; non al personaggio stesso, ma all’autore/autrice. Anche quando un personaggio commette un errore, cade in fallo, fa qualcosa senza nemmeno sapere perché, noi che scriviamo dobbiamo saperlo. Questo darà solidità ai protagonisti e li renderà più tridimensionali.

Anche la descrizione dell’aspetto fisico può essere sensata, se fatta nel modo giusto. Nota bene: non parliamo di giudizi sull’aspetto fisico, ma della descrizione più neutrale possibile di lineamenti, capelli, occhi, vestiti. Mai limitarsi a un “è bello/a”, “è attraente”, “è affascinante”, che sono appunto giudizi soggettivi, ma non aiutano il lettore a immaginare davvero il personaggio; bisogna dare un ritratto dettagliato che a sua volta si trasformi in immagine nella mente di chi legge.

Perché un protagonista sia vivido, occorre che abbia anche degli umani difetti.
Lasciamo ai b-movie i personaggi bellissimi, fortissimi, inscalfibili e che non sbagliano mai: noi ci ispiriamo alla realtà, non a un’imitazione scadente della realtà. Le persone commettono errori, hanno paure e fobie che a volte le fanno cadere in fallo, hanno vissuto o vivono dolori che compromettono la loro capacità di giudizio.

Qui facciamo attenzione a non cadere nella trappola opposta, quella del trauma come unico elemento caratterizzante di un personaggio.

Di certo un evento passato doloroso aiuta a dare motivazioni forti a un protagonista, ma non può diventare l’unico elemento chiave. Inoltre, il trauma deve essere ben studiato e integrato nella psicologia del personaggio, quindi siamo prudenti quando inseriamo esperienze molto dolorose o delicate.

Un caso tipico è l’uso dello stupro come base caratterizzante per un personaggio femminile, senza avere idea – e per fortuna! – di cosa significhi davvero e di come esso influisca sulla psiche di una persona.
Ne avevamo parlato alcuni anni fa traducendo stralci di un articolo (purtroppo non più on-line) di Kate Conway, autrice e vittima di violenza sessuale, che giustamente criticava:

l’assunto (falso) che, per avere profondità, uno debba aver affrontato l’orrore allo stato puro.

Aggiungevamo noi:

Attenzione: trattare un trauma emotivo o fisico alla stregua di qualsiasi altro dato biografico è una strada pericolosa, comoda, certo, ma dai risultati squalificanti.

In questi casi, domandiamoci chiaramente se il trauma ha davvero un senso nell’economia della storia, o se è solo un tocco di colore: nel secondo caso, rimbocchiamoci le mani e pensiamo a un’altra soluzione.

Un elemento che può caratterizzare bene un personaggio principale è un particolare interesse, che può essere funzionale alla vicenda (es. l’amore per i libri antichi di Lucas Corso ne “Il club Dumas”) o solo un accessorio (es. la passione per il modellismo navale di Dylan Dog… che a un certo punto diventa comunque funzionale).

Quando la protagonista è donna applichiamo le stesse identiche regole, facendo attenzione a non cadere in alcune ulteriori trappole.
Per esempio, l’ossessione di creare una protagonista “forte” secondo una visione stereotipata della forza stessa: non c’è bisogno di maneggiare un fucile lanciarazzi per essere forti, né di combattere in bikini nel fango, questo incarna semplicemente una certa proiezione maschile.
La forza è anche e soprattutto la solidità con cui si affrontano le sfide in un mondo ostile, che sia un pianeta alieno o un contesto lavorativo odioso.

Un esempio bellissimo di personaggio femminile forte è Eleanor Arroway in “Contact” di Carl Sagan, romanzo fantascientifico del 1985.
In un contesto letterario in cui le protagoniste scarseggiavano o erano l’improbabile incarnazione di fantasie sessuali maschili, Sagan mise la sua storia nelle mani di una donna e ne costruì con incredibile sensibilità la personalità, gli obiettivi, perfino i dettagli del mondo scientifico e sessista in cui si muoveva.

Jodie Foster interpretò Ellie Arroway in “Contact” di Robert Zemeckis (1997)

Ci viene in mente anche la “Naila di Mondo 9” (Mondadori) dello scrittore milanese Dario Tonani che, presentando il romanzo a una convention, ha spiegato di aver sottoposto il manoscritto a una editor (e che editor: Nicoletta Vallorani!) proprio in qualità di sensitivity-reader, per essere certo che non ci fossero dettagli sessisti involontari. E infatti la Naila dell’opera è uno splendido personaggio femminile: forte, sì, e senza stereotipi.

Lavorando con gli esordienti, abbiamo letto centinaia di manoscritti in cui le protagoniste femminili erano definite esclusivamente dalla loro avvenenza. Gli uomini avevano almeno una bozza di biografia, le donne erano una quarta di reggiseno, dei capelli biondi, degli occhi azzurri… a volte anche con dettagli più specifici su peso e altezza, tipo tranci di salmone al mercato.
Sovente la loro età era completamente sballata per il ruolo (scienziate o dottoresse appena ventenni) e il loro fine narrativo, a ben vedere, era soltanto essere conquistate dal protagonista maschile.
Personaggi del genere sono del tutto privi di consistenza e chi legge (quando va bene) li dimenticherà nell’arco di mezz’ora.

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Altro trappolone da evitare: il/la protagonista avatar, sostanzialmente una proiezione di noi stessi, che facciamo agire e parlare come crediamo faremmo noi in determinate situazioni.
È brutale da dire, ma pochi di noi sono persone abbastanza interessanti da trasformarsi in personaggio. Soprattutto quando in quel personaggio non riversiamo il meglio di noi, ma il peggio.

Un esempio in cui ci siamo imbattute innumerevoli volte: il protagonista che parla in prima persona e che è una semplice proiezione più cinica e disillusa dell’autore, spesso abbrutito su abitudini squalificanti (alcool, droga, stravizi e flusso di coscienza pseudogenerazionale nella cornice di una provincia, pensata magari per essere riconosciuta dagli amici di chi scrive).
Un personaggio del genere non suscita alcun interesse nel lettore e non resta certo impresso nella memoria.
Ciò non significa che non possiamo ispirarci a noi stessi per una storia, ma dobbiamo farlo con consapevolezza ed empatia.

Ultimo consiglio: ricordiamo che i personaggi sono immersi nell’ambientazione, nel loro mondo, e che lo percepiscono come noi percepiamo quello intorno a noi. I dettagli sensoriali aiutano sia a comunicare l’ambientazione al lettore, sia a dare vividezza ai nostri protagonisti.

Buone scritture!

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