scrivere

Come si legge un libro (e perché)

E brava Elly! Dopo la ficcante recensione a Twilight, apprezzata da tutti tranne che dalla Meyer stessa, la nostra amichevole editor di quartiere ha pensato bene di fuggire. Se n’è scappata in Cina, e per un paio di settimane a gestire blog e baracca ci sarò io, Giulia, insieme ai miei cari collaboratori.

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Segnalazioni del venerdì II

Meditavo di trasformarla in una rubrica fissa… Si vedrà 🙂

Molto bene, procediamo. Per prima cosa, vorrei segnalare un blog di cui, a mia volta, ho ricevuto segnalazione via Facebook: si tratta del neonato Bookskywalker. Mi ha colpito, oltre che per l’impagabile nome (perché a me non vengono mai queste idee?), anche per la verve e l’acume che anima post e recensioni. Parla di libri, ma sa spaziare anche altrove – pur mantenendo centrale l’argomento letterario. Sono certa che molti lo troveranno interessante.


“Maestro, spostare delle pietre è una cosa:
questo è del tutto diverso!”

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Fiabe

Per riprendere il discorso sulle fiabe, una citazione:

Talvolta vari strati culturali sovrapposti disarticolano le storie. Per esempio, nel caso die fratelli Grimm (per citare due dei collezionisti di fiabe degli ultimi secoli), forte è il sospetto che gli informatori (i cantastorie) del tempo talvolta “depurassero” le loro storie per riguardo ai loro religiosi fratelli. Sospettiamo anche che i famosi fratelli continuarono la tradizione di sovrapporre simboli cristiano agli antichi simboli pagani (…).
Ecco come molti racconti ricchi d’insegnamenti sul sesso, l’amore, il denaro, il matrimonio, il parto, la morte e la trasformazione sono andati perduti. Ecco come anche le fiabe e i miti che spiegano gli antichi misteri delle donne sono stati pure ricoperti. Per la maggior parte le antiche raccolte di fiabe e miti oggi esistenti sono state purgate dello scatologico, del sessuale, del perverso, dle precristiano, del femminile, delle idee, dell’iniziazione, delle medicine per vari disturbi psicologici, e delle istruzioni per le estasi spirituali.

Clarissa Pinkola Estés, “Donne che corrono coi lupi

 

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti. Non sempre verba volant, anzi, forse è la capacità di “volare” che le rende così pericolose. Parlare delle cose usando i nomi esatti, pesare i vocaboli scelti, aiuta a vedere meglio. È il primo, importante passo per cambiare.

Il network Giornalisti contro il razzismo segnala un’iniziativa delle agenzie stampa Dire e Redattore Sociale: eliminare la parola “clandestino” dai pezzi.

(…)abbiamo pensato di compiere un primo passo a partire dal linguaggio, dalle parole che si usano per informare in particolare su rom e migranti. E’ nata così l’idea di definire un glossario minimo, a cominciare da alcune parole che ci pare necessario “mettere al bando”
(…) Siamo consapevoli che le distorsioni dell’informazione e il “ruolo attivo” spesso svolto dai media del fomentare diffidenza, xenofobia e razzismo non si esaurisce nell’uso inappropriato e stigmatizzante delle parole.
(…)
crediamo che un linguaggio corretto e appropriato, quindi rispettoso di tutti, sia la premessa necessaria per fare buona informazione. Altre parole, altre considerazioni dovremo aggiungere in futuro.

Leggi il testo completo dell’appello

Le élites dominanti si appropriano delle parole (“sicurezza”, “crescita”), le manipolano a loro piacimento (“finanza creativa”, di questi giorni “recessione tecnica”)… come impedirlo? È giusto rinunciare all’uso di alcune parole perché qualcuno le distorce?

Come lettrice (e cittadina) stimo i giornalisti che si pongono il problema di un’informazione vera e che fanno qualcosa per contrastare i poteri che manipolano le opinioni.

Come scrittrice, “sposto” la questione alla letteratura dove spesso c’è il problema contrario. Il potere della parola è sottovalutato, le espressioni sono usate e abusate, i vocaboli buttati a casaccio nella speranza di ottenere un effetto cumulativo. Lo scrittore “ispirato” non si pone il problema dei lettori e lo scrittore furbo cerca di manipolarli infiorettando periodi privi dell’ossatura del senso. Ma le parole, per quanto belle, devono andare insieme al senso, non spostare l’attenzione.

Le parole sono importanti. Per esse i giornalisti sono zittiti, picchiati, incarcerati, uccisi. Date un occhio alla lista dei caduti del 2008. Per le parole, gli scrittori sono banditi, i lettori perseguitati. Non dimentichiamolo e non dimentichiamoLI mai!

 


On writing

“Sullo scrivere”. Autore: niente meno che Stephen King, il Maestro del Brivido che ha al suo attivo anche questo celebre e appassionante trattato sullo scrittore e sui suoi strumenti.

Elena lo ha letto, lo ha recensito e ne ha cavato un’equazione, una citazione e una tiratina d’orecchie a certe scorciatoie che magari vanno bene per un maestro, ma di certo si confanno meno ai suoi numerosi emuli. Leggete e capirete.

Il Re del Brivido, come suo solito, non ama i mezzi termini e parla con franchezza: dal dato di fatto che non tutti hanno il gene della scrittura, alla necessità ineluttabile di leggere più di quanto si scrive, all’esposizione di imprescindibili regole tecniche (l’uso degli avverbi, degli aggettivi, la selezione del registro linguistico ecc).

Leggi la recensione

Ho letto anch’io “On writing”, tempo fa, e l’ho molto apprezzato.  Fa venire voglia di rimettersi ai fogli e, come nello spirito americano, è dannatamente incoraggiante.

Elena sarà d’accordo con me che, ogni tanto, leggere King snocciolare il suo cursus honorum può essere un tantino… frustrante… ma il resto del saggio, colmo di entusiasmo, aneddoti ed esempi pratici, si fa ampiamente perdonare. Insomma, leggere un bravo autore fa sempre bene, abbia scritto un manuale o una recensione al manuale. Bevete e dissetatevi!

Ministoria del giallo

È online un breve articolo sul genere giallo e le ragioni storiche e sociali  della sua nascita e del grande successo che ha sempre riscosso. L’argomento è complesso e ho scelto di parlarne in modo quasi umoristico, con una minirassegna degli elementi più importanti. Spero di non aver dimenticato troppo, in caso contrario potete aprire il fuoco nei commenti.

Il giallo nasce quasi in contemporanea al romanzo “classico”. Il suo sviluppo procede parallelo e cammina nelle fogne delle città borghesi, nelle nubi di smog da combustione di carbone, tra gli slum sovrappopolati e gli ex-contadini espropriati col posto in fabbrica assicurato dai sei anni in poi. È il volto corrotto della storia…

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Il giallo ha sempre fatto discutere. È stato il genere “di consumo” per eccellenza, relegato nelle edicole in migliaia di edizioni supereconomiche; prima ancora è stato accusato di corruzione dei costumi e di sensazionalismo e a stento tollerato da dittature politiche e accademiche. Per gli amanti e gli scrittori del genere, la polemica sulla sua crudezza non è stata dolorosa quanto quella contro una supposta scarsa qualità.

Nonostante i critici, però, il giallo è sempre stato pubblicato, perché è sempre stato letto. Dalla nascita del romanzo moderno, questo genere non ha mai avuto un periodo di “magra” o di sfortuna, e anzi il romanzo novecentesco è stato da più parti accostato al giallo, nella ricerca di un io frammentato in una società sempre più complessa e disgregata.

Mettiamo da parte i dibattiti e le passate critiche,  prese forse troppo sul serio. Il giallo ha sempre goduto di ottima salute editoriale e letteraria, perché è un genere che ci rappresenta nel bene e nel male, nella ricerca di un senso alla scacchiera della città, nella morbosità vischiosa dei delitti più violenti, nell’esotismo della devianza e dell’atto criminale.

Le fanfiction

Cos’è una fanfiction? Si mangia? Morde?

Questa è la domanda che si pongono alcuni quando sentono questo termine, entrato nell’uso comune di molti fandom bene o male distanti da quello letterario – nonostante descriva un’attività che prevede proprio il mezzo-scrittura per essere espletata.

Le fanfiction, come invece tanti altri sanno, sono racconti di lunghezza variabile ispirati a opere di vario genere già esistenti, di cui l’autore riprende personaggi e situazioni per elaborare nuovi intrecci o approfondire elementi già introdotti. In realtà la libertà d’azione per l’autore di fanfiction è molto vasta; Wikipedia riporta una sommaria classificazione delle fanfiction, di cui cito le principali:

fanfiction canonica: non altera la continuity della storia originale
OC (original character): introduce un nuovo personaggio rispetto alla trama originale
OOC (out of character): i personaggi sono quelli originali, ma il loro carattere è sensibilmente modificato
AU (alternative universe): i personaggi sono quelli originali, ma l’ambientazione storica o geografica è differente
Crossover: uso di personaggi appartenenti a due o più opere diverse

Le principali fonti di materia per le fanfiction sono manga, anime, comics in generale, telefilm, film e romanzi. Gli autori sono appunto fan che elaborano un percorso creativo a partire dalle loro opere preferite. Tra le matrici più inflazionate, la storica Star Trek (ma anche altre serie sf di culto come Spazio 1999), manga celebri come Dragonball e, nell’ambito della letteratura in sé, la saga di Harry Potter.

Le fanfiction circolano principalmente in Rete e, almeno in Occidente, non approdano mai alla carta stampata per questioni di copyright. Nei vari fandom, tuttavia, si tratta di un’attività gettonatissima ed esiste letteralmente una valanga di racconti di questo tipo; la maggior parte sono ovviamente scadenti (gli autori non sono scrittori né aspiranti tali e il loro sforzo non è volto all’esercizio stilistico), ma se ne trovano anche di molto belli – a volte assai più riusciti di moltissimi lavori “originali”.

Fuga o contrattacco?

Sull’Internazionale uscito oggi, è riportata una parte dell’intervento di Mario vargas Llosa pubbicato dalla rivista messicana “Letras”:

Svago, magia, gioco, esorcismo, ribellione, sete di libertà e piacere, immenso piacere: la capacità d’inventare storie è un tratto distintivo dell’uomo, quello che più di ogni altro esprime la nostra condizione di esseri privilegiati: siamo gli unici su questo pianeta (…) capaci di aggirare i limiti naturali della nostra condizione, che ci condanna ad avere una sola vita, un solo destino. E tutto grazie a quest’arma utile: la fiction.

Sono parole bellissime! Poi apro l’intervista a Baraghini – è la parte che pubblicherò martedì, sto facendo viral marketing – che ci diceva:

Io sono un editore che pubblica romanzi sociali, romanzi che curano le ferite, che scoprono gli altarini, che denunciano. Perchè la letteratura, oggi, se non è questo è spazzatura, è evasione, si lavora solo sullo stile. La morte della letteratura del Novecento, che è stata così impegnata, è dovuta a Baricco, è dovuta ad Aldo Nove, è dovuta a coloro che hanno affermato, piuttosto che i contenuti, gli stili. In ragione di questa “scuola” di letteratura che vive di stili, io ogni giorno faccio vivere dissidenza, controinformazione – come si chiamava una volta – denuncia e provocazione.

Qui devo precisare: non intendo buttare sulla stessa barca Vargas Llosa, Nove e Baricco; inoltre è bene ricordare che Vargas Llosa, al di là della sua difesa della fiction, ha un passato di attivismo politico culminato nella candidatura alla presidenza peruviana; per ultimo, nel catalogo di Stampalternativa la qualità dei testi non è certo di secondo piano. Quindi i due punti di vista non sono roccaforti, e i due contendenti non sono talebani.

Rimane il quesito: la letteratura ha senso in quanto arte in sé, sviluppo di facoltà creative e tecniche necessarie per il solo fatto che esistono, o per compiersi deve scendere dal piedestallo, sporcarsi le mani della realtà e “aprire il fuoco” in una battaglia culturale?

Anche gli editor piangono

Tempo fa ho partecipato a un concorso letterario con un romanzo che avevo appena terminato, ma non rifinito, e di cui non ero quindi  molto convinta (lo so che dicono tutti così *-* !). 

Infatti il mio piccino non ha superato lo “sbarramento” della finale, ciò mi ha confermato che non sono una dantessa alighiera rediviva… ripresami dalla rivelazione, leggendo gli annunci relativi al concorso ho scoperto che i partecipanti avrebbero potuto beneficiare del servizio di valutazione dei manoscritti, offerto dall’agenzia letteraria promotrice, con uno sconto. 

 

Decido che mi va: il romanzo ha proprio bisogno di migliorie, e un occhio clinico “esterno” serve  a qualunque scrittore (anche a me, che faccio la Torquemada con i piccini degli altri!). Perciò caccio senza storie  i 50 euro richiesti (la valutazione non scontata ne costerebbe 130).

 

Dopo un mese e spiccioli, l’agenzia mi invia per mail la scheda di valutazione del romanzo. Quando la apro, mi trovo davanti mezza paginetta in word. Metà della mezza paginetta, quindi un quarto della scheda totale, consiste nel riassunto del mio romanzo. L’altro quarto è la valutazione vera e propria:

 

Un’indubbia padronanza stilistica, unita ad una certa abilità nel delineare figure e caratteri, conferisce alla prima parte dell’opera un concreto motivo di interesse. Inoltrandosi nella lettura, emerge una tendenza, a tratti latente, talora ben più scoperta, alla ripetitività delle situazioni e alla stilizzazione dei personaggi. Lo svolgimento si fa prevedibile, i dialoghi tendono alla prolissità, la contestualizzazione spazio-temporale risulta piuttosto generica. La caratteristica determinante, il tormentoso rovello interiore della protagonista, svolto con finezza e spietata sincerità, finisce, alla lunga, con l’appesantire l’apparato narrativo, poggiando su espedienti che non brillano per originalità (qui c’è un esempio, N.) o divergendo su episodi che combaciano a fatica con il contesto generale (un altro esempio, N.).

… Embè? E poi? Dove cambio, quanto taglio? Dov’è l’inverosimiglianza (scrivendo, tutto mi sembra verosimile, dove lo trovo l’errore da sola?)?
Questa non è una valutazione letteraria, ma il giudizio di un tema appuntato sul verso del foglio protocollo. Le nostre recensioni
GRATUITE di “Esordiamo!”  sono più accurate  (per la prova, basta linkare a lato e leggersene qualcuna a caso).

 

Eppure, la ragione non è TUTTA dalla mia parte: prima di pagare, non ho pensato a informarmi sul modo di lavorare dell’agenzia letteraria, sulla lunghezza delle schede e il loro contenuto. Alas! Che il mio sacrificio possa servire da insegnamento per i potenziali polli: l’ingenuità non paga, cioè, paga eccome, il problema è che non fa guadagnare…

 

Io resto così, col rovello, sapendo che qualcosa non va bene nel romanzo, ma non come riparare. Elena, aiuto!

 

Le proprietà del tè verde – La sana scrittura

C’è chi trangugia litri di caffè, chi cerca l’ispirazione in erbe varie, chi si aiuta con un bicchiere di brandy; ognuno ha i suoi gusti, d’accordo, ma c’è una sola bevanda che ci sentiamo di consigliare spassionatamente allo scrittore: il tè verde.

Ottenuto grazie a una particolare lavorazione delle foglie di tè, che ne impedisce la fermentazione, il tè verde ha innumerevoli proprietà e un sapore particolare.

Ricca di sostanze preziosissime, questa bevanda orientale tiene sveglia la mente più del caffé, senza però sovraccaricare il sistema nervoso. Bevine una tazza prima di metterti al lavoro, o sorseggialo mentre scrivi: il tè verde gioverà alla tua mente e al tuo corpo.

Per darti una vaga idea di quante proprietà benefiche abbia il tè verde, vi rimandiamo a questo articolo: Tè verde: 10 straordinari benefici per la salute. 

Scommettiamo che brandy e caffé non ti sembreranno più così invitanti? 🙂

E alla salute dei tuoi testi ci pensiamo noi, con i nostri servizi letterari pensati su misura: trova la strada che fa per te e per la tua opera!

Buone e sane scritture da Studio83!