Il Writer’s Dream ha chiuso. Ovvero: piccola lezione di storia dell’editoria dai primi 2000 a oggi.

Il 1 febbraio 2021 il forum Writer’s Dream ha chiuso i battenti.
Quando uno spazio pubblico chiude non è mai una bella notizia, e quando succede a spazi molto importanti dobbiamo chiederci qualcosa in più.

[Articolo a cura di Giulia Abbate]

Il Writer’s Dream non è un forum qualunque, chi ci segue da qualche tempo lo sa: il WD è stato un luogo prezioso e cruciale per la diffusione di informazioni su editori ed editoria.
In particolare, ha permesso a molte persone di capire meglio i meccanismi dell’editoria a pagamento, e di evitarla, salvandosi da sonori bidoni.

Vorrei dire che dall’esistenza del WD ci abbiamo guadagnato tuttə, anche se forse gli ultimi sviluppi sembrano smentire questa mia affermazione: quando l’avevo scritta nel 2015 sembrava certamente più vera di adesso.

Dopo alcuni anni passati a scrivere sui blog, a intervenire ai dibattiti, a scambiarci informazioni, a condividere campagne e a costruire con pazienza e fatica una cultura editoriale condivisa, mi sono accorta che molto di tutto questo è come se non ci sia mai stato: e per molte persone più giovani, che non frequentano i forum e si affidano a facebook e instagram per comunicare, bisogna ripartire da zero.

Ci provo qui: scrivo questo post per capire cosa è stato il WD, perché è stato importante, e soprattutto come siamo arrivati al punto di dover ricominciare.

Soprattutto, scrivo questo post per dare una breve panoramica di cosa è l’editoria a pagamento e perché evitarla, a beneficio di chi vuole pubblicare un libro.

Andiamo con ordine.

Nascita del Writer’s Dream: il contesto

La fondatrice Linda Rando ha scritto del WD, giusto il 1 febbraio, in questi termini:

Ho fondato Writer’s Dream il 10 marzo del 2008, precisamente alle 22.22 su Forumfree, una piattaforma gratuita per creare forum. Avevo 16 anni, ne avrei compiuti 17 a ottobre dello stesso anno ed ero convinta che sarei diventata una grande, grandissima scrittrice! (…)
Mi imbattei molto presto nella casa editrice “Il Filo” (vi dice qualcosa?), e subito dopo scoprii una cosa che mi lasciò esterrefatta: chiedevano soldi per pubblicare.
Agli autori. 
Ero talmente scioccata dalla cosa che passai tutta la notte a leggere le poche informazioni allora reperibili sul tema dell’editoria a pagamento, e al mattino avevo preso una decisione: avrei condotto una battaglia per fornire informazioni chiare, libere e dettagliate sulle case editrici e su come pubblicare un libro.

Dal post “Writer’s Dream ha chiuso, su Ultimapagina.net

Correva l’anno 2008.

Studio83 esisteva da un anno, Elena Di Fazio e io lo abbiamo creato nel 2007, per un motivo simile: per diffondere la cultura editoriale attraverso recensioni di testi editi e servizi letterari seri su manoscritti inediti, in un contesto che pareva il Far West.

Che cos’è la culura editoriale?
La cultura editoriale è tante cose, in questo caso la intendo come la conoscenza dei meccanismi del contesto editoriale italiano: cos’è una casa editrice, chi ci lavora, come e perché.

Non è una questione da poco: sapere queste cose può fare la differenza anche per chi vuole pubblicare un libro.

Torniamo al 2007 e alla nascita di Studio83, che precede di un anno la nascita del WD:

Siamo due ragazze dell’83, laureate in Comunicazione con indirizzo letterario/editoriale, e ci siamo semplicemente stufate di leggere, sia sulla carta che sul web, recensioni che non hanno niente di letterario e tutto di pubblicitario. Tramite il nostro blog e il sito svolgiamo varie attività, tra le quali: recensione gratuita e sincera delle opere di esordienti; dibattiti letterari; forte critica e sensibilizzazione contro l’editoria a pagamento; forte critica contro l’editoria non a pagamento che pubblica immondizia; promozione del copyleft e della condivisione dei saperi, e-book a scaricamento libero; lavori di critica letteraria seria e non compiacente.

Presentazione di Studio83, pubblicata in “Censimento delle associazioni che non mollano”, in “I nuovi mostri” di Oliviero Beha, Chiarelettere, 2009

Tra le righe è possibile leggere qual era la situazione. Aggiungo che allora il Kindle Direct Publishing di Amazon non esisteva. Non c’erano nemmeno gli ebook: il blog era l’innovazione più recente e diffusa, che costituiva già da solo una rivoluzione espressiva di ampia portata. L’unica piattaforma di Print On Demand per autopubblicarsi era statunitense, si chiamava Lulu.com e la conoscevamo in pochə.

Noi stesse ci avvicinavamo al concetto di pubblicazione indipendente (l’etichetta “self publishing” non ci è mai piaciuta molto) a piccoli passi, con percorsi di valutazione ed editing che era naturale concludere in una casa editrice, invece che online come autorə self.

Quelli erano insomma gli ultimi anni in cui per “pubblicare” un libro, ovvero per farlo arrivare a lettori e lettrici, si passava ancora necessariamente attraverso un editore.

Allo stesso tempo, a scrivere erano in moltə di più: iniziava a profilarsi una vera e propria “categoria” di esordienti con il manoscritto nel cassetto e la voglia di farlo uscire e di farsi leggere.
(Quellə che molti anni dopo Andrea Pinketts e Danilo Arona hanno definito “i manoscrittari”.)

Il cambiamento: arriva la stampa digitale, nasce il “manoscrittaro”

Il grande cambiamento è stato innescato da una novità tecnologica: quella della stampa digitale offset, che ha permesso la realizzazione rapida ed economica di volumi in piccole tirature, senza le migliaia di copie necessarie a rientrare nell’investimento di una stampa tipografica.

Internet ha aiutato questa invenzione a essere impiegata di più e rapidamente. E ha aiutato anche il diffondersi del concetto del “successo a portata di click”, quell’idea, presto rivelatasi illusoria, di essere raggiungibili alla pari di qualsiasi bestseller, grazie al web.

In un primo tempo sembrava potesse essere così, per qualcuno lo è stato; e c’era già chi parlava di “morte degli editori”.
(Io ho sempre detto che l’editoria è ancora più necessaria, perché ha valore di intermediario identificabile in un mare di titoli caotico e confuso. Ma questa è un’altra storia.)

La cosa importante da ricordare qui è che ci fu un vero picco: un incremento di manoscritti inviati agli editori, di persone col testo stampato che vagavano per le fiere, di ricerche su internet, di gente che voleva “diventare scrittore”, qualsiasi cosa voglia dire.

E poi, soprattutto, ci fu un’inondazione improvvisa di brutti libri pubblicati da nuovi editori a pagamento, che per un certo periodo hanno ingolfato i canali di vendita, gli spazi delle recensioni e l’attenzione di lettori e lettrici del tutto sopraffattə.

Dopo l’inondazione: la reazione del mondo editoriale

Le correnti di pensiero a quel punto erano due.

La prima era quella del disprezzo.
Chi era “dalla parte giusta”, ovvero editor, autorə già pubblicatə, giornalistə, blogger e operatorə vari, dileggiava apertamente chi era alle prime armi e cercava strade per la pubblicazione.

Fiorivano le prese in giro, i boicottaggi, le etichette (“vanity press”), le citazioni-scherno di brutte frasi, i “ritratti dello scrittore in erba” e così via.

(Non farò nomi, non ne faccio mai, ma molti di quei “simpatici” pamphlettisti, che si sono fatti conoscere per la loro perfidia senza appello, hanno poi aperto corsi di scrittura e campato proprio grazie ai bersagli del loro dileggio. Questo, in fondo è un progresso per tuttə.)

L’altra reazione all’aumento di autorə esordienti è stato di segno esattamente contrario: la monetizzazione predatoria.

Sono nate decine di etichette ed etichettine editoriali che hanno sfruttato la stampa digitale allora all’inizio, e la conseguente “democratizzazione” dei mezzi di produzione libraria, in modo furbo e spregiudicato: spacciando la stampa tipografica per editoria.

Parentesi necessaria: cos’è davvero una casa editrice?

Qui torniamo alla cultura editoriale, e potrei aprire una lunga parentesi relativa a cosa è editoria. Ci ho preso una laurea, quindi non sarei breve 🙂 Dico solo che oggi come ieri chi fa editoria non si limita a stampare e vendere un libro.

La casa editrice accoglie un testo nel proprio catalogo rendendola “un capitolo” del proprio discorso culturale più ampio; ha una identità e una politica editoriale proprie e chiare; lavora sul testo, grazie all’editor, in modo attento e con degli standard specifici; e poi vende il testo che ne risulta a un pubblico preciso, che è suo compito trovare, identificare e poi coltivare.

L'”editoria” delle nuove etichette a pagamento

Quelle di cui parlo, le etichettine predatrici, erano invece case editrici solo sulla carta, che sfruttavano l’estrema vaghezza della definizione legale dei termine (vaghezza che ancora è in essere): possono pubblicare solo gli editori, ma editore è chi pubblica.

Quelle aziende stampavano libri in digitale, con un know how minimo e una spesa piccola, e ci facevano sopra una cresta pazzesca grazie all’allure che riuscivano a spacciare per vera.

A ogni manoscritto ricevuto rispondevano con complimenti dall’aria professionale, ponderata, e ottimista.
(Richiamo il contesto: feroci prese in giro e chiusura culturale assoluta. Immagina cosa significasse ricevere invece un’apertura: anche a me è successo, non avevo vent’anni e per un attimo mi è girata la testa per la felicità. Almeno fino a che… )

…Arrivava poi la proposta economica, altra componente imprescindibile di quelle comunicazioni: si presenta come una equa richiesta di “condividere il rischio di impresa”, come un coraggioso combattere spalla a spalla contro il potente e infingardo “mercato editoriale” che pubblica solo i calciatori o gli amici degli amici e si dimostra così chiuso verso le “nuove voci”.

“Noi ci mettiamo la promozione, la distribuzione, la pubblicità, la fama! Tu paghi la stampa. Equo, no?”

Inutile dirlo: balle.
Non esisteva una vera distribuzione (i librai hanno rifiutato da subito gli editori a pagamento); la promozione consisteva nell’andare a pagare recensioni positive e a minacciare chi ne scriveva negative; la pubblicità era per il marchio, non certo per i libri.

(Epico il FAIL di Albatros-Il Filo: “Noi abbiamo anche Fabio Fazio in catalogo!” Ma era un omonimo).

Il cliente, insomma, non era il lettore o la lettrice che avrebbe comprato e letto il libro, ma l’autore o l’autrice che tirava fuori il cash per la tiratura.

Cliente e cash: di che altro ha bisogno un’azienda?

Noi di Studio83 abbiamo cercato di dirimere, lì per lì.
Abbiamo sempre detto che l’importante è fare buona editoria, e che a volte un contributo da parte dell’autore può essere fattibile: perché all’inizio, e parlo dei primi anni del 2000, lo abbiamo visto succedere.

Abbiamo visto editori che a fronte di un contributo indispensabile per la stampa poi lavoravano bene e si sbattevano in modo serio.
Ma non è durata: dopo i primissimi tempi abbiamo constatato che la richiesta di contributo implicava sempre un lavoro editoriale pessimo o inesistente.

(Purtroppo a volte succede anche con editori “free”; ma questa è un’altra storia.)

La nostra stessa apertura ci ha causato non pochi problemi, tant’è che a un certo punto abbiamo dovuto adottare una chiusura che non ci apparterrebbe: ci siamo rifiutate di recensire libri pubblicati da editori a pagamento, a causa del “bullismo” che abbiamo incontrato in certe etichette, legato a doppio filo alla pessima qualità dei testi, che non abbiamo mai nascosto nelle nostre recensioni.

In quegli anni, quindi, la situazione era questa: un ambiente culturale ancora chiuso, negativo e respingente verso l’esigenza di scrittura e di espressione creativa che cresceva. E un mondo aziendale che ha sfruttato questo bisogno per fare soldi, tanti, maledetti e subito.

Ecco perché ho parlato di Far West: era una “frontiera” sconosciuta, piena all’improvviso di sprovvedutə alla ricerca della miniera d’oro; dove chi sapeva si rifiutava di aiutare e istruire, e chi ha voluto ha sfruttato e praticamente derubato.

Il Writer’s Dream e la diffusione di informazioni

A questo punto il Writer’s Dream ha fatto una cosa nuova: ha fatto i nomi.

Ha fatto i nomi delle case editrici a pagamento. E ha pubblicato le proposte economiche di queste aziende: analizzandole, commentandole e ospitando testimonianze di chi ci era passatə. Questo ha permesso a tuttə di farsi un’idea più chiara degli inghippi e della realtà delle cose.

Inoltre, ha iniziato a classificare gli editori in fasce diverse, con la celeberrima “Lista EAP”: ricordo “Inferno” e “Paradiso” per definire gli editori a pagamento e quelli “free” (cioè gli editori veri, sperabilmente degni di questo nome). Poi si è passatə a definizioni più neutrali, e si è aggiunto il “doppio binario”, ovvero la categoria dei tanti editori che ad alcunə fanno pagare, ad altrə no, a seconda del titolo e della vendibilità.

Il WD dunque è stato il primo spazio in cui si è parlato chiaramente di questo problema (del secondo, almeno: della rapacità di falsi editori da evitare) e ci si è scambiate informazioni chiare.

Il WD fu anche capofila della battaglia “No EAP”, che si è diffusa nei blog, contribuendo a informare le persone anche al di fuori degli spazi del forum, a evitare che fossero imbrogliate e a instradarle verso editori seri.

Poi, qualcosa è cambiato.

Passaggio di consegne: Linda Rando vende il WD a Borè srl

Avevo fatto un riassunto della storia del WD in questo post sul mio blog: “Il Wd… cambia”.
Lì, riassumevo la storia del WD dal 2008 al 2015, con alcuni link riferiti a momenti importanti.

Era il 2015, e Linda Rando aveva sulle spalle quasi dieci anni di battaglie.
Sì, perché gli editori a pagamento mica l’hanno presa bene: e vai con diffide, denunce, persino citazioni in giudizio.
Non è stato un bel periodo, noi di Studio83 avevamo parlato appunto di “bullismo editoriale”, ricevendo a nostra volta minacce e telefonate all’insegna della sgradevolezza.
E Linda Rando si è dovuta difendere in tribunale!

(Ne abbiamo parlato spesso, in post con il tag EAP – Editoria a pagamento

Ad esempio: No all’editoria a pagamento – Prima giornata nazionale contro l’EAP)

Dopo quasi dieci anni di battaglie, dunque, Linda ha venduto il WD a Borè srl, la stessa azienda proprietaria di Youcanprint.

Youcanprint è in pratica la moderna Lulu.com italiana: una piattaforma di Print On Demand, ovvero un sito che ti dà la possibilità di stamparti in proprio il tuo libro, e di venderlo, a costo zero: il libro viene stampato solo in caso di acquisto, tu paghi le spese di stampa a Youcanprint, e il resto è tuo guadagno.

Youcanprint non è un editore che garantisce la qualità dei testi, ma nemmeno un cialtrone che finge di essere il tuo benefattore.
Il POD è oggi la casa “della qualunque”, ma è anche una strada percorribile per pubblicazioni indipendenti di qualità.

Torniamo al WD: quando Borè srl lo aveva acquistato, l’annuncio era trionfale.

Borè srl acquisisce Writer’s Dream.org per guidare l’innovazione e l’informazione nell’editoria italiana.

L’obiettivo dell’acquisizione è quello di rendere Writer’s Dream una piattaforma di livello internazionale e punto di riferimento, per trasparenza e competenza, per tutti gli attori dell’editoria (scrittori, editori, librai, lettori, agenti letterari, etc) grazie allo sviluppo di servizi e strumenti per l’informazione, l’analisi, la ricerca e la discussione. (…)

L’acquisizione di Writer’s Dream.org matura con l’obiettivo di raccogliere l’eredità costruita negli anni grazie all’impegno degli utenti e dei moderatori per costruire un brand di livello internazionale in grado di essere un faro e una guida autorevole, trasparente e indipendente per tutti gli operatori del mondo editoriale che stanno vivendo un cambiamento epocale nel passaggio dall’editoria tradizionale a quella digitale. (…)

Dopo l’acquisizione di Lettere Animate, l’acquisizione di Writer’s Dream.org si inserisce in un progetto più ampio e ambizioso di Borè srl di puntare alla costruzione al consolidamento di un gruppo editoriale attivo in ogni ambito dell’editoria, in grado sia di competere con l’editoria mainstream da un lato e dall’altro di guidare l’innovazione di questo straordinario settore nei prossimi anni.

Comunicato stampa: Borè srl acquisisce Writer’s Dream.org per guidare l’innovazione e l’informazione nell’editoria italiana.

Oltre a ripercorrere la storia passata, e a constatare i primi cambi di rotta con un immediato cambiamento di moderatori nel forum, nel mio post “Il Wd… cambia” mi facevo domande sul futuro, le stesse di tutti: “Da ora in avanti, cosa cambierà? Il WD è di un’azienda, quindi non è più indipendente… però magari un profilo professionale potrà giovare in altri sensi, magari con progetti precisi?”

Non è stato così: il forum è stato lasciato a sé stesso, senza iniziative né progetti che “guidassero l’innovazione e l’informazione”.

A detta di tutti, è andato spegnendosi, con defezioni continue degli utenti storici, discussioni inesistenti, insomma, con una specie di avvisaglia di tramonto, una lenta morte, protrattasi per anni.

“Colpo di scena”: la chiusura

A fine dicembre 2020, poco più di un mese fa, è arrivata la notizia: il Writer’s Dream sarebbe stato chiuso e cancellato. Tramite un laconico comunicato dell’azienda.

Buongiorno a tutti.
Speravamo non sarebbe mai arrivato questo momento ma l’ora delle scelte difficili è giunta. 
Abbiamo acquisito Writer’s Dream nel 2015 con l’obiettivo di farla crescere e ci siamo riusciti. Nel 2015 aveva appena 11.000 membri e siamo stati in grado di condurla ad oltre 34.800 membri, con una crescita del 300% pur mantenendone l’autonomia, non inserendo alcuna inserzione pubblicitaria, nè vendendo servizi di nessun tipo. Abbiamo in questo periodo di tempo avuto il piacere di collaborare con tanti membri di questo splendido staff e con grandi community manager, che ringraziamo di cuore per lo splendido lavoro che hanno svolto. 
Con ciascuno di loro e con tutti i nostri esperti interni abbiamo discusso a lungo su quale potesse essere il futuro di Writers’ Dream e in che modo renderlo economicamente autonomo, ma non siamo stati in grado di darci una risposta.
Per questi motivi annunciamo che a partire dal 01.02.2021 Writer’s Dream cesserà le sue attività e verrà disattivato. Il dominio e il brand resterà comunque di proprietà esclusiva dell’azienda.
Ci rendiamo conto del peso e della ripercussione che la nostra scelta avrà nella vita dello staff, degli autori, degli utenti, degli operatori editoriali ma siamo certi che questa sia la decisione giusta da intraprendere.
Ringraziamo di cuore tutte le persone che in questi anni hanno contribuito a rendere questo posto una enorme comunità.

Comunicato di Marco_LP, staff manager del WD

Tutto qui.
Dopo una levata di scudi di utenti vecchi e nuovi, l’azienda ha almeno acconsentito a non cancellare tutto, e a lasciare il WD online con la sola funzione di archivio.

Inizialmente l’intenzione della proprietà era quella di oscurare tutto (già il blog, che conteneva numerosi articoli informativi, è stato chiuso e reso irraggiungibile da tempo); in seguito alle numerose proteste degli utenti l’azienda ha acconsentito a lasciarlo aperto come archivio da consultare.
Da oggi, Writer’s Dream non è più un forum, ma solo un archivio. Non è dato sapere per quanto tempo rimarrà ancora online.

Dal post “Writer’s Dream ha chiuso, su Ultimapagina.net

A questo punto, in molti ci siamo fatti di nuovo la domanda: e ora?

Linda Rando è stata tra le prime a rispondere: ha aperto un nuovo forum nel suo spazio UltimaPagina.net, e in questi giorni c’è stata la migrazione di molti utenti del WD in questo nuovo spazio di discussione.
Mi sono iscritta anch’io. Non sono mai stata molto attiva nel WD (il mio mestiere mi espone a conflitti di interesse, penso) ma ciò non mi impedisce di riconoscerne il valore: per una generazione di autori e autrici almeno, il WD è stato un faro importante di cultura editoriale e di informazioni.

I tempi cambiano. E noi?

Ho parlato non a caso di “generazione”: il WD ha permesso la crescita e consapevolizzazione dei millennial, quelli che ai tempi erano abbastanza grandi da scrivere e cercare editori nei primi 2000, abbastanza giovani per usare i forum in modo utile e concreto.

Le generazioni venute dopo si muovono in un altro scenario: quello dei social network, di Wattpad, del direct publishing.

Oggi si pubblicano storie scritte direttamente con il cellulare, e si leggono da lì; non ci si confronta più nei forum e men che meno nei blog, ma nei gruppi facebook e nelle chat; l’illusione del “successo a portata di click” è ancora in essere, ancora più frenetica e convulsa, legata al picco di like o followers, che come arrivano, così scompaiono, nell’arco di pochissimo. Bisogna pubblicare tanto, un nuovo capitolo al giorno su Wattpad, un nuovo romanzo ogni pochi mesi su Amazon, sennò chi ti segue si stufa, si scorda, passa ad altro.

(O almeno, questo è ciò che raccontano le varie “guide per vivere di scrittura” e “10 consigli per scrivere il tuo bestseller” che fioriscono in giro.)

Come spesso succede (ormai lo abbiamo imparato), l’apertura totale dei canali di espressione non corrisponde necessariamente a un maggiore circolo di informazioni, né a un incremento generale della cultura.

Quello che cresce senza ombra di dubbio è il rumore, in una piazza molto più affollata e pullulante storie e titoli e voci.

Lasciando da parte il discorso (pure spinoso) della qualità e dello scrivere bene, penso di nuovo all’editoria: la cultura editoriale e il mondo delle professioni del libro restano ancora abbastanza oscuri ai più.

Mi trovo di nuovo, a distanza di cinque-dieci anni, a leggere cose come: “Pubblicano solo i calciatori”, “Io mi esprimo a modo mio, l’editing stravolge l’arte”, “Sono 15.457° al concorso Wattys, spero che un editore passi di qui e mi scelga”, “Ciao, leggi la mia storia? Ci scambiamo recensioni?”, “Sono prima nella classifica oraria di Amazon per la categoria ‘Indie rock funk inglese’ e ora tutti mi invidiano, che falsa la gente!”.

Eppure, in questo terremoto accelerazionista una cosa è rimasta la stessa: il sogno vero, la “prova” che “ce l’hai fatta” sta sempre nella pubblicazione di un libro “vero” con un editore che te lo stampa.

Provate a indovinare chi ci guadagna?

Ci guadagnano gli editori a pagamento.
Che rimediano una nuova platea di clienti: persone alle quali mandare contratti di pubblicazione con i soliti tre zeri dopo il numero.

Solo che ora sono più furbi: hanno promesse ancora più bizantine, una libreria qui, un distributore locale lì, e tanti auguri. Oppure, non chiedono direttamente cash, ma legano alla pubblicazione qualche condizione precisa (es. l’acquisto di un tot di copie, o servizi editoriali come correzione e copertina da pagare obbligatoriamente, e così via), e magari vantandosi di essere “editori NO EAP”!

(Una dimostrazione di tutto questo l’ho raccontata in questo post: Editoria a pagamento: esiste ancora!)

Oltre a loro, ci guadagna anche una certa brutta editoria di cassetta, anche superbig, che non chiede soldi, ma che ti spenna lo stesso.

L’editoria nostrana infatti non ha perso quella pessima ricerca della “novità”, quel puntare tutto sul jackpot (ovvero: pubblico roba appetibile a caso sperando nel bestseller con cui pareggiare il mio rosso) a scapito della costruzione di un catalogo riconoscibile e strutturato.

Significa che un libro uscito da sei mesi diventa già introvabile. E significa che gli editori cercano sempre nuova roba, anche di persone giovani o alle primissime armi, per presentarla come “nuova rivelazione”, spararla a caso nella librosfera e incrociare le dita.

La persona “scelta” vive tre mesi di paradiso, ma poi, passato il lancio e viste le vendite per lo più deludenti, si trova la porta chiusa e deve proporre il suo secondo romanzo a editori minori; ma non essendo più “la nuova voce”, “la novità del mese”, “il primo libro di”, le porte sono chiuse un po’ a prescindere.

(Non parliamo poi di grosse case editrici, che conosciamo e vediamo in libreria, che fanno a loro volta proposte a pagamento… davvero. L’ultima di cui ho conoscenza ammontava a € 11.000, naturalmente non a chiunque ma a un autore bravo e con un suo seguito.)

Ecco chi guadagna dalla mancata diffusione di una vera cultura editoriale: gli imbroglioni, gli sfruttatori e gli sparatori di libri nel mucchio.

Chi ci perde, naturalmente, sono tutti gli altri: chi scrive, chi legge, chi fa buona editoria, chi vuole sopravvivere con una libreria o con una professione del libro.

Tornando di nuovo al contesto del WD: ci perdono le generazioni più giovani che si affacciano ora al mondo della scrittura e della pubblicazione, e si trovano in un marasma poco leggibile, che nessuno li aiuta a decifrare.

Impareranno a forza di delusioni, ma non è detto che poi proseguiranno: andranno piuttosto a ingrossare le fila delle persone deluse, disgustate, frustrate, arrabbiate contro qualcosa di indefinito. Non contro un sistema da conoscere per riformare, ma contro “il mondo della cultura italiana”, o “il mercato del libro” o “gli editori”.

E indovinate un po’, se gli editori tradizionali sono cattivi e ogni strada sembra preclusa, dove andranno a finire?

Si autopubblicheranno: e questo nella maggior parte dei casi significa bloccare la propria crescita espressiva e sfornare cose di qualità minore che se fossero lavorate da un* professionista. E poi, dopo i soliti numeri deludenti, significa mollare.

Oppure, al solito, pagheranno un “editore” per una correzione di bozze e una stampa con promesse incluse e cresta pazzesca.
Inutile ripeta come va a finire, anche qui.

In questo nuovo Far West, l’informazione professionale manca.

Editor, ci siete?

Oggi editor indipendenti ce ne sono tanti (nel 2007 eravamo praticamente le uniche: ci piace pensare di aver contribuito in modo decisivo, con un’intensa opera di informazione sia pubblica che ad personam, ad aprire la strada), ma si concentrano sui testi, sulla scrittura, su tecniche narrative o strategie di vendita.

Bene, ma non benissimo.

Perché non basta.

Non c’è solo il singolo libro, la propria storia e la propria strada. C’è un sistema, intorno a noi, molto complicato e poco trasparente, con il quale chi scrive vuole interagire.

Quindi chi può (ovvero chi ne ha le competenze, e non è editor solo perché è brav* a dare consigli agli amici) DEVE ricominciare a informare le persone su com’è l’editoria in questo momento, su come potrebbe essere, su cosa significa essere editori… soprattutto, sul fatto che pubblicare è facile, ma pubblicare bene è un’altra cosa: è possibile, ma ha bisogno di lavoro e di tempo.

Sono contenta dell’apertura del nuovo forum su Ultima Pagina, e spero che diventerà un luogo di aggregazione e informazioni per chi vorrà raggiungerlo.

Tutti gli altri, dobbiamo raggiungerli noi. Altrimenti lo farà qualcun altro, decisamente meno utile e benitenzionato.

Il WD non c’è più, i problemi per cui era nato ci sono ancora. Noi non possiamo che rimboccarci le maniche, ora come allora, e proseguire a informare e a diffondere informazioni e cultura editoriale.

E voi? Vorrete starci a sentire?

Condividi il post

2 Replies to “Il Writer’s Dream ha chiuso. Ovvero: piccola lezione di storia dell’editoria dai primi 2000 a oggi.”

  1. Arianna ha detto:

    Un libro uscito da sei mesi diventa già introvabile? Si trova, non in libreria ma su IBS o Amazon si trova, non facciamo disinformazione.
    E poi con il vostro logo alla fine dell’articolo sembra un po’: WD è finito. Ma non preoccupatevi. Ora ci siamo noi.

    1. Giulia A. ha detto:

      Buondì, Arianna, grazie per il commento, che però trovo gratuitamente polemico. Non so se tu abbia letto qualche altro post del nostro blog, in attività da 14 anni, prima di accusarci di disinformazione: prova a farlo ora e vedrai che al contrario Studio83 ha sempre informato bene e gratis quando erano in pochissimi a farlo (tra loro il WD).
      Non siamo né siamo mai state in competizione con il WD, abbiamo sempre fatto cose diverse, quindi anche il tuo appunto sul “ora ci siamo noi” (ora? Siamo attive dal 2007…) non ha molta ragione d’essere: il logo lo mettiamo alla fine di OGNI longform, per chiudere con una sorta di “firma” che spesso (non in questo post, se noti) linka a servizi letterari in tema con l’argomento dell’articolo.
      Post come quello che leggi ci richiedono molte ore di lavoro e contengono informazioni ricavate dai nostri vent’anni di esperienza diretta, quindi apporvi alla fine il nostro logo non mi pare affatto inopportuno.
      Relativamente alla questione del libro introvabile dopo sei mesi: grazie, so anch’io che esiste amazon, ma preferisco dare la prevalenza al punto di vista di chi lavora DAVVERO per e con i libri. Le librerie indipendenti, gli editori medi e piccoli, autori e autrici. C’è una situazione che schiaccia davvero la maggior parte dei titoli in turnover rapidissimi, e chi non ha una promozione alle spalle / una fanbase già forte / ore ed ore da passare ad autopromuoversi semplicemente sparisce. (Non parlo di self ma anche di etichette grandi; e naturalmente non parlo per sentito dire, ma sulla base della mia esperienza di lavoro quotidiana con ognuna delle categorie che ho sopra nominato).
      Ciao e buon proseguimento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *